Democrazia e concertazione

E' una di quelle parole che sembrano assurgere ad un rango superiore, come se fossero espressione di un valore assoluto, che diviene sconveniente se non addirittura oltraggioso sottoporre a critica o sollevare in dubbio. Si dirà, sono solo parole, come il poeta diceva: sono solo canzonette. Ma la martellante insistenza con cui il valore espresso da questa parola è esaltato, riverito, magnificato dal coro unanime del politically correct, la rendono insopportabilmente antipatica.
La parola concertazione ferisce per il camuffamento con il quale è stata introdotta nel linguaggio comune ad opera della classe politica dominante. Il suo significato etimologico è quello di decisione concertata, ovvero frutto della collaborazione di tutte le parti, come gli elementi di un'orchestra che suona in concerto. Nella realtà politica essa consiste nell'accordo che i partiti politici al governo stipulano con i rappresentanti di interessi privati, espressione di "poteri forti" della società, al fine di evitare la loro reazione ostile in occasione di decisioni di governo che li riguardano. Di fatto si tratta di una oggettiva prevaricazione dei principi della democrazia parlamentare che, in teoria, come ci ricorda il Prof. Sartoris dalle paginme del Corriere (fondo del 6 settembre), sarebbero tuttora vigenti in Italia. La democrazia parlamentare prescrive che le decisioni che riguardano la vita del Paese siano prese a maggioranza da un gruppo di persone, i membri del Parlamento, a ciò specificamente eletti dalla generalità dei cittadini. Indipendentemente dal sistema elettorale adottato, il Parlamento è l'espressione della comunità nazionale, attraverso il vincolo di rappresentanza dei suoi membri, e solo in quella sede dovrebbero prendersi le decisioni che riguardano la generalità dei cittadini-elettori.
Con la così detta concertazione, invece, i problemi vengono non solo discussi (come sarebbe certamente accettabile) ma anche decisi fuori dalle aule del Parlamento, direttamente tra i rappresentanti di interessi particolari (gli imprenditori, i sindacati, le banche, le assicurazioni, i farmacisti, i sindacati del pubblico impiego, i magistrati, gli avvocati, gli abitanti della Val Susa) ed i rappresentanti dei partiti politici al governo. I partiti politici hanno trasformato, con logica clerico-marxista, le loro strutture organizzative da libere associazioni ad una sorta di confraternita monastica massonica, dove la difesa del potere acquisito prevale su ogni altro valore, ancorchè teoricamente tutelato dalla Carta costituzionale. In questo modo i leader dei partiti politici hanno assunto un potere enorme: ogni decisione viene presa direttamente con le formazioni sociali di volta in volta interessate, prescindendo dalla volontà del Parlamento, e portata in Parlamento solo per la formale ratifica, imposta ai parlamentari dai leader dei rispettivi partiti senza che sia loro consentito alcun reale apporto critico. Solo per salvare le apparenze, o per meri tatticismi richiesti dai partiti, i Parlamentari fingono di discutere tra loro ma, alla fine, votano sempre in conformità degli ordini di scuderia, ovvero come ordinano gli organi dirigenti del proprio partito. E non possono fare altrimenti: se sgarrano il partito non consentirà la loro rielezione, con perdita di tutti i vantaggi ed i privilegi che ne conseguono. Anche loro tengono famiglia. Isolati casi di parlamentari che, anche nel recente passato, hanno osato mostrare un po’ d'indipendenza dai rispettivi partiti sono stati esposti al pubblico ludibrio, additati con disprezzo da tutta la cosca massonico-monastica della politica italiana, e dai media, finchè li stessi non hanno fatto pubblica ammenda e sono tornati a svolgere obbedienti il loro ben remunerato ruolo di onorevoli votatori.
Con l'affermarsi della concertazione, il Parlamento è divenuto un mero votatoio, tanto che se possono, i parlamentari ci vanno il meno possibile, facendosi sostituire da "pianisti" che votano sottobanco per loro conto: per votare come comanda il partito ci si può ben fare sostituire.
Ma la concertazione non mortifica solo il ruolo costituzionale dei parlamentari, esautorandoli dal loro ruolo specifico di rappresentanti dell'intera comunità nazionale e, dunque, anche delle corporazioni, delle chiese, delle logge e financo delle cosche, emarginandoli al ruolo di esecutori di ordini di voto, essa mortifica, se non addirittura annulla, anche le competenze del Governo, che avrebbe il compito di dirigere la pubblica amministrazione. La concertazione ha spostato anche questa attività dalle stanze del Governo, inteso come organo indipendente dal Parlamento e dai partiti politici, a quelle dei rappresentanti dei partiti che lo sostengono: infatti i membri del Governo (i singoli ministri, viceministri e sottosegretari) sono nominati con logica spartitoria (manuale Cencelli) tra i leader dei partiti o esponenti ad essi strettamente legati. E così i singoli ministeri divengono l'area riservata di azione del partito del ministro, viceministro e sottosegretario la cui principale preoccupazione diviene quella di compiacere, grazie al potere conseguito, il più grande numero possibile di categorie, enti, organizzazioni comitati ed individui, al fine di garantire un buon risultato elettorale al proprio partito. Anche questi traffici sottobanco vengono pomposamente definiti concertazione. Amen.
Bruno Vespa una volta disse con orgoglio che la sua trasmissione televisiva era definita il terzo ramo del parlamento. Non si era accorto che la sua trasmissione, al pari di altre trasmissioni d'intrattenimento politico di successo, sono divenute l'unico vero luogo di discussione politica, dove i politici possono davvero esporre le proprie idee ed i propri progetti. Con il limite, tuttavia, che lo share televisivo non attribuisce alcun potere decisionale e l'apprezzamento popolare su questo o quel punto oggetto di discussione si esaurisce necessariamente con la memoria della trasmissione, lasciando, al più, un sentimento di simpatia generica nei confronti di questo o quel politico, con l' effetto, auspicato, di spostare qualche voto in sede elettorale.
In sostanza, il Parlamento ed suoi parlamentari non servono più a nulla. La discussione politica avviene pubblicamente, per mezzo dei media, ma serve solo a fare specchietto per le allodole, per guadagnare generica simpatia e dunque voti. Le vere decisioni sono prese in "concertazione" fuori dal Parlamento, direttamente tra i dirigenti dei partiti e qualunque forma di aggregazione sociale che dimostri di avere sufficiente seguito: lo scopo è sempre lo stesso, "muovere" voti.
da legnostorto.com